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Petra e gli “infedeli”: Viaggio tra le eredità arabe a San Piero

Centro storico di San Piero Patti: in origine un insediamento arabo

Ogni sampietrino conserva nella propria libreria una copia della Storia di San Piero Patti scritta da Giuseppe Argeri, professore e sindaco nell’immediato dopoguerra e nei primi anni sessanta. E per ogni sampietrino ciò che scrive Argeri rappresenta una fonte autorevole e di riferimento. Le ricerche condotte dal prof. Argeri però, sebbene abbiano il merito di aver ricostruito la storia del paese come mai fino ad allora si era fatto, risalgono agli anni ‘80 e spesso sono imprecise, lacunose in alcuni tratti o aspetti ma soprattutto sono frutto di una certa visione di fare storia tipica di quegli anni. La storia è una scienza in continua evoluzione, ciò che enuncia non è statico e valido per sempre, è anzi soggetta a revisioni perché nasce e si sviluppa con gli uomini che ne sono i soggetti primari, cambia così come cambiano gli uomini e le loro mentalità.
Nella storia di Argeri la narrazione della dominazione araba in Sicilia e a San Piero assume i tratti di un resoconto filo-cattolico ponendo l’attenzione sul fatto che i nuovi conquistatori fossero di religione diversa. Spesso infatti ricorrono epiteti come “gli infedeli” oppure frasi come «se questa gente non avesse avuto nel proprio spirito l’impronta di una certa malvagità» (ndr non si è mai visto un esercito invasore che non abbia mostrato atteggiamenti crudeli, meno che mai negli eserciti cristiani!!!) soffermandosi poco su aspetti dei quali la storiografia si è a lungo occupata. In particolare la cosiddetta “rivoluzione agricola”. Fu infatti con l’arrivo degli arabi in Sicilia che il paesaggio agrario cambiò aspetto con l'introduzione di nuove specie di coltivazioni, con un adeguato supporto di tecniche di coltura e sistemi di irrigazione. I musulmani portarono e diffusero diverse colture: canna da zucchero (cannamela in siciliano), cotone, sommacco, zafferano, canapa, lino, henné (la pianta da cui si ricavava la tintura rossa per le labbra e i capelli) e papiro; piante da orto come zucche, cetrioli, melanzane, cocomeri e meloni; piante arboree quali palme da dattero, cedri, aranci, limoni, gelsi (per l’allevamento del baco da seta), melograni, noci, mandorli, pistacchi, olivi e carrubi. Piante e ortaggi che noi oggi conosciamo bene e fanno parte del nostro quotidiano.
La conquista saracena della Sicilia incominciò con lo sbarco a Marsala nell’827 e terminò più di cento anni dopo con la caduta di Rometta nel 965, il Val Demone fu quindi l’ultimo dei tre valli in cui era divisa l’isola a cadere in mano araba. Questo perché l’influenza bizantina fu molto forte nel messinese grazie anche alla diffusione dei monasteri basiliani: basti citare l’importante e antichissimo monastero di San Filippo di Fragalà o Demenna a Frazzanò. Non ci fu un regno unitario arabo ma tante piccole signorie rette da Kadì e il comportamento degli Arabi fu improntato alla tolleranza. Non perseguitarono i cristiani ma si accontentarono di far pagare loro una tassa la gézia consentendo la libertà di culto. Poche infatti furono le ribellioni e vani furono i tentativi di riconquista da parte di Bisanzio, ricordiamo solo quello di Giorgio Maniace (dal 1038 al 1042) perché fra le sue truppe militavano anche, in qualità di mercenari, i normanni che a breve, sarebbero riusciti a scalzare i musulmani dall'isola e ad affermarvi la loro signoria.
Quando gli arabi giunsero a San Piero, dopo una prima fase di scontro, si amalgamarono alle popolazioni già presenti, presumibilmente esisteva già il quartiere Castello arroccato in cima alla collina sui sorge il paese. Grande importanza ebbe il fiume Timeto per gli spostamenti dei soldati musulmani nelle fasi di conquista dell’isola essendo un punto nevralgico di notevole rilevanza. Gli arabi che si fermarono a San Piero si stanziarono in quella parte del paese che ancora oggi viene chiamata Arabite. Sull’etimologia del nome si pensa che derivi dal fatto che il quartiere era principalmente abitato dagli arabi, in realtà l’etimologia potrebbe derivare dalla parola araba rabat o rabatana che significa quartiere, sobborgo che sorge sulle alture di un colle; nel corso dei secoli è probabile che la parola araba abbia subito delle modifiche fonetiche e sia stata utilizzata per indicare il quartiere, tant'è che oggi nel nostro dialetto si dice ‘a rrabiti (‘rrabitisi) e nei documenti più antichi troviamo scritto rabiti.
Ciò che oggi rimane degli arabi a San Piero è l’impianto urbano del quartiere stesso caratterizzato da vie strette e tortuose, case addossate l’una sull’altra e rivolte verso La Mecca dando le spalle al mare che poteva essere causa di attacchi nemici; un tempo esistevano ancora a San Piero i giardini interni alle case tipiche delle abitazioni musulmane. Ma l’eredità più consistente è soprattutto nei termini dialettali che ancora oggi si usano in agricoltura, nelle tecniche per la coltivazione dei terreni più sconnessi e impervi, nelle opere di ingegneria idraulica che gli arabi seppero mettere a punto per irrigare i campi, nella cucina. Parole come zùccaro, milinciana, zibibbu, gìbbia, margiu, zotta, gabbella, ràsula, cuttuni, carrubba, càntaru, funnacu, zagara, càlia, per citarne solo alcune, derivano dall’arabo e ancora oggi le usiamo. Le tecniche agricole che gli arabi misero a punto in Sicilia furono addirittura menzionate in un manuale di agricoltura spagnolo dell’XI secolo nel quale si descrive ampiamente e si elogia il modo di piantare gli ortaggi “alla siciliana”. Segno questo che la dominazione araba portò in Sicilia un benessere e un arricchimento dal punto di vista dell’innovazione nel campo agricolo e idrico non indifferente e non fu dominio assoluto sulle popolazioni conquistate. Svilupparono inoltre la piccola proprietà terriera, eliminando i latifondi, con opportuni provvedimenti fiscali, quale l'abolizione dell'imposta sugli animali da tiro. Anche nel campo culturale gli arabi seppero distinguersi e arricchire la Sicilia, furono infatti poeti, bravi cartografi (basti pensare al geografo Idrisi e al suo Libro di Ruggero), astronomi, diffusero le scienze orientali e abbellirono l'isola di splendidi monumenti.
Le poesie degli arabi-siciliani colpiscono per il modo di descrivere i colori, i profumi di questa nostra terra e quando furono costretti a lasciare l’isola, in seguito all’arrivo dei normanni, emozionano per la grande tristezza e nostalgia nel dover abbandonare una terra così ricca e bella come la Sicilia. La cultura arabo-islamica non morì con la cacciata dei musulmani ma sopravvisse grazie agli Altavilla i quali seppero sfruttare gli apporti della cultura berbera. Nel 1061 i normanni guidati da Roberto e Ruggero d'Altavilla sbarcarono nell'isola e nel giro di trent'anni circa, sfruttando i contrasti religiosi scoppiati tra i musulmani, riuscirono a riportarla sotto l'aureola del cristianesimo. Il territorio di San Piero, secondo gli studiosi, fu teatro di due importanti e decisive battaglie tra normanni e saraceni, nelle località Capitan d’armi, fra il territorio di Librizzi e quello di Piano Campi, e nella contrada Vinciguerra, dove il conte Ruggero riportò la vittoria decisiva. Si narra che per ringraziare Dio della vittoria riportata fu celebrata una messa solenne su di un gran sasso a forma di altare che ancora oggi esiste, ed è stato chiamato pietra dell’altare e si trova poco sopra Sambuco.

Pietra dell'altare


In conclusione, parafrasando Leonardo Sciascia in uno dei suoi romanzi e volendo essere “dalla parte degli infedeli”, si può dire che tra le dominazioni che la Sicilia ebbe quella araba fu sicuramente l'unica che contribuì a dare della nostra terra l'immagine di un meraviglioso giardino: ciò che gli arabi in duecento anni ci hanno lasciato è arrivato fino a noi imprimendo un segno. E noi a San Piero abbiamo avuto la fortuna di avere un’eredità consistente, un intero quartiere, ‘a rabbiti, ma non siamo ancora riusciti a sfruttare a pieno le potenzialità che un gioiello come questo quartiere potrebbe darci. 

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Ecco dei versi con cui il poeta arabo-siciliano Ibn Hamdis (Siracusa o Noto, 1056 circa – Maiorca, 1133) descrisse la "sua" Sicilia:

Un paese a cui la colomba
diede in prestito il suo collare, e il pavone
rivestì dal manto delle sue penne.
Par che quei papaveri sian vino
e i piazzali delle case siano i bicchieri.