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Dal bozzolo alla seta: l'antica arte dell'estrazione della seta al convento dei Carmelitani

Categoria: Cultura
Pubblicato Domenica, 13 Luglio 2014 15:50
Scritto da Anna Macula
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Tutti coloro che ieri hanno visitato Mostra e diMostra al convento dei Carmelitani hanno avuto modo di vedere come dai bozzoli del baco da seta si estrae la seta. Un'esperienza unica che un tempo caratterizzava l'economia del nostro territorio e tutto il Val Demone, oggi scomparsa.

La storia della seta ha origini antichissime e, per certi versi, leggendaria. I primi a lavorare la seta furono i cinesi, probabilmente già nel 6000 a.C.. Si narra infatti che la nascita della bachicoltura si deve all'imperatrice Xi Ling Shi, la quale fu incaricata dal marito di studiare il comportamento dei bachi . Dopo averli osservati per alcuni giorni, l’imperatrice prese a dipanare i bruchi e a utilizzarne il filo tessuto. L’allevamento dei primi bachi (forse direttamente sui gelsi) fu la tappa successiva di una scoperta che avrebbe consacrato Xi Ling Shi «Dea della seta» e i Cinesi «Seri». Seres li chiamavano infatti i Romani all’epoca di Augusto quando i cittadini dell’Urbe vennero a contatto con i primi mercanti provenienti dall’Impero Cinese e la seta divenne il tessuto preferito dalle matrone. Gli imperatori cinesi si sforzarono di mantenere la conoscenza della sericoltura segreta alle altre nazioni, in modo da poter mantenere il monopolio della seta. Nonostante ciò, in epoche successive si sono verificate fughe dell'arte della lavorazione della seta verso il Giappone, la Corea e l'India. In Europa, sebbene l'Impero romano conoscesse e apprezzasse la seta, la sericoltura è giunta solo intorno al 550, attraverso l'Impero bizantino; la leggenda dice che dei monaci agli ordini dell'imperatore Giustiniano furono i primi a portare a Costantinopoli delle uova di baco da seta nascoste nel cavo di alcune canne. Il processo della produzione, lavorazione e commercializzazione della seta in Italia inizia a Messina con gli Arabi, si sviluppa durante il regno dei Normanni, in particolare con Ruggero II, il quale introduce l'arte della seta sfruttando la capacità degli schiavi ebrei fatti prigionieri nel Peloponneso. Tanto la seta divenne comune a Messina che, si diceva, vestissero di seta “homines vilissimi” ma anche le gualdrappe dei cavalieri e dei cani erano fatte con questo nobile tessuto. La produzione proseguì e si estese in tutto il Val Demone sotto gli Svevi e gli Aragonesi, permettendo alla città di accumulare progressivi privilegi sino a quando, verso la fine del XV secolo, con la cacciata degli Ebrei dall’Isola, subì un grave collasso. Gli Ebrei avevano il monopolio di questo commercio (non a caso a Messina vi era un quartiere ebraico ed una sinagoga, in vari centri della provincia esistevano Ghetti), e solo con particolari agevolazioni il governo spagnolo, nel XVI secolo, riuscì a far riprendere rilevanza economica a questa attività. Nel 1664 la città dello Stretto perse il privilegio dell’esportazione esclusiva della seta, per l’atteggiamento anti-spagnolo dei suoi abitanti. Le conseguenze furono disastrose sia in termini economici che di ordine pubblico ma, nonostante ciò, l’attività serica continuò. Si riprese decisamente sotto i Borboni, grazie ai nuovi Capitoli concessi dalla Corona nel 1736 e al parziale ripristino del privilegio del porto di Messina, da cui era obbligatorio esportare la seta prodotta nel Val Demone, che costituiva la stragrande maggioranza della produzione serica siciliana. Il terremoto del 1783 segnò l’inizio della decadenza dell’attività bachi-sericola anche a causa di una malattia che aveva colpito il baco e che fu debellata soltanto nel 1874. Nel '900 ancora in vari centri nebroidei continuava a resistere la bachicoltura per poi cessare definitivamente nel secondo dopoguerra.

Oggi alcuni comuni del messinese si sono attrezzati per recuperare la conoscenza di questa attività, anche a scopo turistico, tra questi possiamo citare Sant’Angelo di Brolo, per esempio, dove all'interno del Museo di arte sacra sono conservati dei paramenti di seta prodotti in loco o in altri centri del Messinese. A Ficarra l’amministrazione comunale ha addirittura istituito la “Casa del baco” dove si allevano i filugelli con gli stessi metodi di cui «rimane ancora oggi testimonianza nella memoria degli anziani, nei canti popolari e nel lessico familiare».