Questo sito, www.iltocco.eu, utilizza i cookie per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso. Leggi l'informativa per saperne di più.

La seta di Sicilia. Viaggio alla scoperta di una delle attività caratteristiche del passato.

Quando pensiamo alla Sicilia e alla sua economia nel corso dei secoli la prima immagine che ci viene in mente è quella di immense distese di terra coltivate a grano. Per secoli la Sicilia è stata il granaio dei vari dominatori dell'isola, che l'hanno sfruttata e vessata. Tuttavia la coltivazione di questo cereale non caratterizzava tutta la Sicilia e in tutti i periodi storici, ma soltanto la parte più pianeggiante, nelle zone più montuose vi erano diffuse altre coltivazioni. Tra queste quella che più di tutte caratterizzò i Nebrodi, il cuore verde dell'isola, fu la coltivazione del gelso e l'allevamento del baco da seta.

La storia della seta ha origini antichissime e ci rimanda al mondo orientale. I primi a lavorare la seta furono i cinesi, probabilmente già nel 6000 a.C. Si narra infatti che la nascita della bachicoltura si deve all'imperatrice Xi Ling Shi, la quale osservando il comportamento dei bachi notò che dal bozzolo si poteva dipanare un filo, resistente e pregiato. Furono poi i Bizantini a portare l'allevamento del baco da seta in Europa. Nell’antica Bisanzio, ai tempi dell’imperatore Giustiniano, l’interesse dei commercianti si era spostato dall’occidente impoverito dalle invasioni barbariche verso la Cina da dove importavano i preziosi tessuti di seta e dove esportavano il vasellame e i damaschi prodotti in Siria.

In seguito alla conquista della Sicilia da parte degli Arabi, l’allevamento dei bachi da seta divenne una delle attività più redditizie dell'isola mantenendo per secoli un'egemonia nel settore che contribuì alla sua ricchezza. I notevoli manufatti in seta realizzati nel periodo arabo e normanno erano talmente conosciuti nel mondo mediterraneo da essere citati ed apprezzati da molti scrittori arabi, per i quali rappresentavano un modello e uno stile ben definito, “alla siciliana”.

Il centro principale di produzione della seta era Messina e tutto il Val Demone. Tanto la seta divenne comune nella città dello stretto che, si diceva, vestissero di seta “homines vilissimi” ma anche le gualdrappe dei cavalieri e dei cani erano fatte con questo nobile tessuto. La produzione proseguì e si estese sotto gli Svevi e gli Aragonesi, permettendo alla città di accumulare progressivi privilegi sino a quando, verso la fine del XV secolo, con la cacciata degli Ebrei dall’Isola, subì un grave collasso. Gli Ebrei avevano il monopolio di questo commercio (non a caso a Messina vi era un quartiere ebraico ed una sinagoga, in vari centri della provincia esistevano Ghetti), e solo con particolari agevolazioni il governo spagnolo, nel XVI secolo, riuscì a far riprendere rilevanza economica a questa attività.

Nel 1664 la città dello Stretto perse il privilegio dell’esportazione esclusiva della seta, per l’atteggiamento anti-spagnolo dei suoi abitanti. Le conseguenze furono disastrose sia in termini economici che di ordine pubblico ma, nonostante ciò, l’attività serica continuò. Si riprese decisamente sotto i Borboni, grazie ai nuovi Capitoli concessi dalla Corona nel 1736 e al parziale ripristino del privilegio del porto di Messina, da cui era obbligatorio esportare la seta prodotta nel Val Demone, che costituiva la stragrande maggioranza della produzione serica siciliana. Il terremoto del 1783 segnò l’inizio della decadenza dell’attività bachi-sericola anche a causa di una malattia che aveva colpito il baco e che fu debellata soltanto nel 1874. Nel '900 ancora in vari centri nebroidei, tra i quali San Piero, continuava a resistere la bachicoltura per poi cessare definitivamente nel secondo dopoguerra.

Ma come avveniva la produzione della seta partendo dal gelso?

Il baco da seta è molto ghiotto delle foglie del gelso. La vita del baco, quindi, è legata all’esistenza di queste piante. Il baco produce la seta da due ghiandole parallele collocate all'interno del corpo, il fil di seta è costituito da proteine raccolte nelle ghiandole. In seguito il baco tira fuori da due aperture situate ai lati della bocca, i seritteri, una bava ricca di proteine, sottilissima, che a contatto con l’aria si solidifica. Si crea così un filo, lungo da 300 a 900 metri, dentro il quale il baco si avvolge come in un sudario. Nel caldo e soffice bozzolo il baco subisce una metamorfosi: si trasforma prima in crisalide e poi in farfalla (della famiglia dei Bombycidae) che esce infine dal bozzolo dopo averlo forato. Per evitare la rottura del bozzolo e conservare intatto il lungo filo sottile, i bozzoli sono gettati in acqua bollente in modo da uccidere all’interno le crisalidi appena prima della fuoruscita dal bozzolo e recuperare integro il prezioso filo di seta. Dopo questa prima fase si procede all'estrazione del filo di seta tramite una scopa rudimentale fatta di rametti che serve a dipanare la matassa e a raccoglierla. Si pescano più fili insieme tra pollice e indice creando un unico filo che veniva raccolto con il “matassaru” o “naspa” formando una matassa di seta di prima scelta detta “seta tratta”. Per ottenere morbidezza e lucentezza occorreva bollirla ancora in acqua calda saponata, sciacquarla ed asciugarla. Dai bozzoli difettosi, dalla spelaia (una sorta di ovatta che avvolge il bozzolo), dagli scarti si otteneva il cascame di seta, che veniva sottoposto ad una ulteriore bollitura. Successivamente dopo un lavaggio in acqua fredda veniva fatto asciugare su dei graticci, veniva poi cardato e infine filato con fuso e conocchia. Il filo così estratto è già pronto per essere tessuto e ricavarne dei pregiati indumenti.

Il fulcro di questa laboriosa attività era la famiglia contadina che divenne così un “piccolo laboratorio”, dove era soprattutto la donna ad allevare il baco, a seguirlo nelle varie mute, a procurargli il bosco e a rinnovarlo, ad eliminare i bozzoli putridi e ad immergere quelli integri nell’acqua bollente delle bacinelle per liberare il filo dalla sericina. A questo punto una volta ottenuto il filo di seta si passava alla commercializzazione vera e propria. Le matasse di seta, a secondo dei bisogni, venivano colorate oppure lasciate al naturale. Ad esempio per ricavare il colore porpora, utilizzato soprattutto per colorare splendidi tessuti usati dai più ricchi, essendo il colore emblema della regalità, veniva utilizzato un procedimento lungo usando una particolare varietà di molluschi. Dopo avere pescato i molluschi questi venivano messi in ampie vasche; infrante le conchiglie che ricoprivano i molluschi, essi subivano in processo di macerazione, durante il quale si otteneva il pigmento. A questo punto si diluiva il colore con acqua di mare, a seconda dell'intensità della gradazione desiderata, dal rosso cupo al violetto.

In passato, nel nostro territorio, oltre alle famiglie contadine anche le monache benedettine di San Piero lavoravano la seta e ad oggi rimangono dei preziosi esemplari custoditi in parrocchia, si tratta per lo più di paramenti sacri e di un paliotto presente nella chiesa del Carmine tessuto con fili di seta e argento. Meriterebbero di essere adeguatamente valorizzati e restaurati in quanto rappresentano una testimonianza importante della nostra storia delle nostre tradizioni.