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S. Piero Patti. Area ASI: bomba ecologica o monumento allo spreco?

Categoria: Approfondimento e opinioni
Pubblicato Sabato, 17 Gennaio 2015 18:45
Scritto da Redazione
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La fredda realtà di cemento
 
Squallore e desolazione. Visitare ciò che resta del mai completato insediamento agroindustriale di contrada Sardella significa mettere veramente a dura prova la propria fiducia nelle istituzioni e nelle buona politica applicata alla gestione del territorio e delle sue risorse. A guardarlo anche da lontano è sicuramente uno l’elemento che caratterizza il paesaggio di quell’area: lunghe file grigie fatte da capannoni in cemento ed eternit. Un ibrido tra un vecchio agglomerato industriale e una baraccopoli. Sicuramente qualcosa di brutto a vedersi, soprattutto per non averne trovato una destinazione d’uso e un vantaggio per il comprensorio. Oltre centoventi, più quelli generati dall’indotto, erano i posti di lavoro promessi nel lontano 1989 dalla politica locale. Era la fine degli anni Ottanta, pochi anni dopo sarebbe crollato un sistema, tangentopoli, nelle cui inchieste finì anche quest’opera. 
Dove oggi crescono rigogliosi rovi ed erbacce, tra strutture di cemento mai completate, il 29 ottobre 1989, in una domenica di metà autunno, tante cravette, politici, tecnici e giornalisti a salutare l'avvento di una grande soluzione per il problema occupazionale del nostro comprensorio. Una cerimonia in  grande stile in un cantiere già avviato   a pieno regime. Chiunque si sarebbe illuso di essere di fronte a una vera svolta nell’economia locale, nonostante di lì a poco, come riportarono gli organi di stampa negli anni immediatamente a seguire, si sarebbero visti fallire progetti simili avviati altrove. Ma in quel momento l’idea sembrava vincente. Televisioni locali e quotidiani, in quell'occasione, dedicarono ampio spazio  alla “posa della prima pietra” di quello che sarebbe dovuto divenire un polo d’eccellenza, un esempio da seguire anche in altri comuni per dar vita a modelli economici innovativi. Ma il progetto, già in partenza, era errato. Se realmente fosse stato completato e finalizzato alle attività previste in origine, l’allevamento di suini avrebbe avuto, secondo alcuni, forti ripercussioni sull’ambiente circostante. I circa quaranta capannoni e altre strutture, la maggior parte di oltre mille metri quadri, avrebbero dovuto ospitare una quantità così ingente di animali che l’impatto ambientale prodotto si sarebbe potuto rivelare devastante. In questo, nella nostra sfortuna, forse possiamo ritenerci fortunati. 
 
Cosa accadde
 
È giusto riconoscere e precisare che non si trattò di un’opera pubblica in senso classico, ma di un’iniziativa che si sarebbe dovuta portare avanti con capacità e modi di fare imprenditoriali. L’ideazione e la proprietà dell’opera, finanziata con denaro pubblico, faceva capo all’ASI, Area Sviluppo Industriale di Messina, oggi confluito nell'IRSAP. L’intervento, approvato dagli assessorati regionali all’Industria e al Territorio, fu finanziato grazie ai fondi del CIPE, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica. L’importo totale del finanziamento stanziato nel 1988 fu di circa 38 miliardi di vecchie lire. In realtà, ne sarebbero stati spesi poco meno di 22 fino all’abbandono del cantiere (e infatti ancora negli anni 2000 si vociferava di circa 15 miliardi di fondi rimasti bloccati negli uffici ministeriali romani e ancora potenzialmente spendibili). La realizzazione fu affidata a un raggruppamento temporaneo d’imprese (Edilter di Bologna e le messinesi Edilfer e Benedetto Versaci).  Progetto della Siry Chamon Engineering S.p.A. a firma dell’ing. Oscar Cassiano. Furono eretti muri e opere in cemento, tracciate strade e ampi piazzali, oltre a un grande edificio a più piani che doveva fungere da centro direzionale, dove ebbero sede uffici fino al 1995. I capannoni furono realizzati nei muri e nelle coperture, costruite con una doppia ondulina di eternit separata da apposita lana isolante all'interno. Ad un certo punto, quando l’area aveva già preso forma, tutto si fermò: nacquero i contenziosi con i proprietari dei terreni espropriati e con le imprese appaltanti che si trascinarono per anni. Nel  frattempo il cantiere venne abbandonato e, come se non bastasse, nel 1993 l’intero progetto finì al centro dell’inchiesta sulle mazzette e la corruzione negli appalti meglio nota alle cronache come la “tangentopoli messinese”. Protagonisti  non solo politici e amministratori messinesi ma anche alcuni imprenditori. Nel 1995 il Consorzio ASI, a contenzioso già avviato, decise di rescindere il contratto con le imprese aggiudicatarie dell’appalto e, praticamente, da allora, a parte le vicissitudini giudiziarie che qui tralasciamo, in contrada Sardella tutto è rimasto fermo. 
Il progetto prevedeva la realizzazione di una filiera zootecnica specializzata nell’allevamento e nella trasformazione della carne. Per questo su un terreno di circa 22 ettari fu prevista la realizzazione di ben 32 mila metri quadri di capannoni e altre strutture (compreso un mattatoio e opere accessorie) dove avviare l’attività produttiva. È fuor di dubbio che negli anni il Consorzio ASI, con l’avvicendamento di presidenti e commissari e i tanti cambiamenti di tipo economico e strategico, ha perso l’interesse iniziale nella realizzazione del progetto. Ad aggravare la situazione, il non essere ancora riusciti a completare la strada a scorrimento veloce Patti-San Piero Patti, opera nevralgica e necessaria a garantire rapidi collegamenti con il traffico di mezzi che si sarebbe venuto a creare. Pare che specie negli ultimi anni di esistenza del Consorzio ASI, molti devi vecchi contenziosi siano stati definiti e risolti con lo scopo di riuscire a riavere almeno la legittimità sugli immobili e le aree in vista di una possibile riconversione. Nel 2009 il Dipartimento regionale dell’industria e delle miniere con decreto del dirigente generale (n.715 del 29-05-2009) ha approvato un bando pubblico per la selezione con procedura a graduatoria per il finanziamento di nuove infrastrutture e servizi nelle aree di sviluppo industriale della Sicilia e per l’eventuale sostegno alla redazione delle progettazioni esecutive per gli interventi. Al bando prendono parte tutti i consorzi Asi della Sicilia con diversi progetti che vengono valutati da un’apposita commissione. Viene stilata una prima graduatoria ma nel frattempo intervengono alcuni ricorsi da parte di alcuni consorzi e nel 2012 cambia il quadro normativo con la legge n. 8 che liquida i consorzi e istituisce l’IRSAP. Il 10 luglio 2013 il dirigente generale dell’Assessorato regionale Attività produttive, arch. Alessandro Ferrara ha emanato un decreto con la graduatoria definitiva degli interventi finanziati dal bando a valere sui fondi PON FESR 2007/13 destinati al Piano di Salvaguardia obiettivo operativo 5.1.2., l’importo complessivo degli interventi è pari a più di 73 milioni di euro. Vengono finanziati 20 progetti e ne vengono esclusi 62. Nella lista dei progetti non ammessi figura anche l’intervento di “bonifica ambientale da amianto a matrice composta dell’agglomerato agro-industriale di San Piero Patti” presentato nel 2009 dall’ex consorzio Asi di Messina per un importo di 2 milioni e 350 mila euro. Il progetto viene giudicato inammissibile per incompletezza della documentazione presentata insieme ad altri presentati dall’Asi di Messina e che riguardavano le aree industriali di Milazzo-Giammoro, Patti e Sant’Agata Militello. Altra occasione persa. Oggi il Consorzio ASI di Messina non esiste più: come tutti gli altri consorzi siciliani nel 2012 con una legge regionale è stato soppresso ed è tecnicamente confluito nell’Istituto Regionale per lo Sviluppo delle Attività Produttive (IRSAP), un nuovo ente pubblico che ha centralizzato in sé tutte le funzioni. Di fatto, quindi, il nuovo attore principale in un eventuale rilancio del mai nato polo agroalimentare di S. Piero Patti dovrebbe essere proprio l’IRSAP. 
 
Ieri promesse, oggi problemi
 
Oggi, oltre al “pugno nell’occhio”, dobbiamo sopportarci la beffa di un’opera abbandonata da quasi vent’anni, costata miliardi, fino ad oggi completamente inutilizzata. E non è finita qui. Questo sito, oltre a costituire una triste pagina di storia, nasconde un grave rischio ambientale, finora sottaciuto e minimizzato dalle falsità della politica: la copertura di quei capannoni fu stata realizzata con lastre di fibrocemento contenente amianto (il tristemente noto “Eternit”). In seguito alla copertura dei capannoni, di lì a poco quel materiale sarebbe stato dichiarato cangerogeno e il suo uso illegale. L'eternit, ancora purtroppo fortemente presente anche nelle abitazioni private, contiene amianto, minerale in grado di causare tumori alla pleura polmonare. Con lo scorrere del tempo, i manufatti sono soggetti a roimpersi o semplicemente a sgretolarsi, con un normale processo di deperimento dovuto allo scorrere del tempo, i cui effetti sono poco visibili a occhio nudo. Le polveri invisibili rilasciate sono dannosissime e possono facilmente diffondersi nell'ambiente anche con i venti. Ovviamente più aumenta il quantitativo di eternit presente in un luogo, più è facile che ciò avvenga, minacciando danni gravissimi alla salute umana. Ovviamente è da valutare, manufatto per manufatto, la densità di amianto presente. Purtroppo, in Italia non è mai stata fatta una vera bonifica concreta di tutto l'eternit presente negli edifici, ancora in grande quantità ed è molto facile che intorno a noi, in ogni edificio, se ne possa trovare. Piccoli quantitativi sono letali, ma le grandi concentrazioni amplificano il potenziale dannoso. In contrada Sardella, decine di capannoni ne sono ricoperti. Una vera bomba ecologica a orologeria, pronta ad esplodere, causando seri problemi anche a distanza di tantissimi anni in tutta la zona che è in grado di raggiungere con le polveri. Se la politica delle giustificazioni si è premurata fino ad oggi di dire che quel materiale al momento sia innocuo, ciò è un'affermazione in gran parte scorretta o quantomeno poco onesta. I manufatti in amianto, lo ripetiamo, rilasciano polveri sottilissime con il passare del tempo. Non è quantificabile quanto occorra affinchè ciò avvenga. Se oggi il problema, in un'ipotetica scala di valori, può essere a livello uno, tra dieci, venti, o trenta anni potrà raggiungere l'apice della dannosità. Sempre che nel frattempo non intervengano fattori esterni in grado di accelerare questo processo. Nell'area ASI di Sardella, alcune lastre sono già rotte da diversi anni e considerato che nel tempo nulla è stato fatto in modo concreto per dare una finalità a questa opera finanziata da denaro pubblico, chissà quando realmente si potrà intervenire per il problema eternit. In che modo hanno intenzione di procedere l'amministrazione comunale, i consiglieri di ogni schieramento, gli enti regionali a conoscenza di questo grave problema? Le parole di circostanza e i rilevamenti in grado di mettere tutto a silenzio servono a poco. Si sta lavorando trovare una soluzione concreta? Quando sarà realmente messa in sicurezza la zona? Tra altri venti anni, quando le lastre saranno già rovinate e avranno iniziato a seminare il potenziale carico di morte nel nostro territorio? Quando i politici odierni saranno belli e pensionati e non potremo più prendercela con nessuno? Per non parlare delle promesse non mantenute dei posti di lavoro. Da anni si parla (e l’argomento torna di moda ad ogni campagna elettorale) di una possibile riconversione: è oggi un’idea realizzabile? San Piero dovrà per sempre sopportare questo obbrobrio sul proprio territorio, senza vederne una funzione utile? Cosa ha fatto il popolo sampietrino per meritarsi uno scempio del genere, per il quale abbiamo pagato, stiamo pagando tutti e si spera non pagheremo un giorno in modo più grave? 
 
di Filippo Accordino e Salvatore Pantano
 
(articolo tratto da "Il Tocco" n. 5 - Novembre-Dicembre)